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Letizia Fornasieri
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FORNASIERI, LA PITTURA COME GRAZIA

C’è una presenza che s’impone come necessaria, nei quadri di Letizia Fornasieri, pittrice milanese giunta indubbiamente alla maturità dei suoi esiti, da assegnare alla pleiade della migliore figurazione d’oggi. E’ la presenza imperiosa, necessitante appunto -ma quotidiana e persino domestica- della realtà; della vita; di quell’a priori che lo sguardo d’artista – se reso limpido dalla grazia – sa accogliere quale dono, quale hic et nunc in cui si realizza e compie la promessa non vana della felicità. Chi scrive conosce la Fornasieri e il suo lavoro da quasi vent’anni, pur non avendola mai frequentata. Ma chi ama l’arte sa che c’è una conoscenza che va aldilà delle parole e dei gesti, toccando direttamente il cuore, e che diviene perciò riconoscenza. Perché nella pittura, ed è il caso della Fornasieri, l’ordinarietà dei nostri giorni assume stato di poesia, ovvero si riveste di canto e di purezza, come una sposa. Da tanti anni, fedele al riconoscimento di quel dono, di quella gratuità, Letizia «racconta» le apparenze più dimesse e comuni: l’intimità dello studio e della casa, la quiete degli oggetti in posa, lo scenario urbano di una Milano ingombra di tram e di automobili, le note sembianze di amici e familiari. Non per nulla, riconoscimento e riconoscenza condividono il medesimo etimo: la «cara beltà» della vita, nell’offrircisi ad ogni istante, ci urge quasi nostro malgrado – a esser più generosi e buoni. Forse è questo l’amore cristiano, o la carità di cui l’arte è buona ancella. Tutto ciò, nel dipingere della Fornasieri, si traduce in una spatolata intrisa di colore – mai troppo colore, solo quel che basta – e soprattutto di luce, come se la luce fosse consunstanziale alle cose. Il critico Flavio Arensi, esercitando il magistero dell’intelligenza scopre una realtà «composta di mistero e dedizione» nei dipinti recenti di quest’artista che per la serietà del suo lavoro ha senz’altro onorato Milano, come del resto confermano i fatti: nel 1995 ha vinto il premio di pittura “Dalla Zorza” indetto dalla storica galleria Ponte Rosso; ha riscosso l’interesse di scrittori come Luca Doninelli e Aurelio Picca; è stata apprezzata da Lawrence Rubin, mercante di caratura internazionale; una sua bellissima Via Crucis è stata scelta per decorare la nuova chiesa milanese di Gesù a Nazareth; infine, sue opere si trovano presso la galleria “Barbara Behan” a Londra. Ora, la Regione Piemonte – anticipando la natìa Lombardia – rende omaggio a Letizia Fornasieri ospitandone una personale a Torino presso il circolo Piemonte Artistico Culturale. Paesaggi necessari s’intitola opportunamente questo florilegio di olii su tavola, una trentina di medio formato, tutti soggetti metropolitani sospesi fra sollievo e tormento. Perché necessità, anzi letizia, è la pittura per Letizia.

di Domenico Montalto

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FORNASIERI, FRAMMENTI DI CITTÀ

Un libro e una mostra di Letizia Fornasieri per affrontare ancora una volta attraverso il linguaggio della pittura il tema dell’arredo urbano milanese e della continua metamorfosi del vivere sociale in una realtà che si distingue per la gran corsa contro il tempo. Sono venti anni che l’artista dipinge contemplando il mondo chiusa in una stanza. Dopo ore trascorse lungo viali, davanti a monumenti, camminando tra la gente comune, con l’aiuto della fotografia, rafforza la sua memoria lasciandola libera dell’interpretare la realtà circostante.
Nel libro che accompagna la mostra allestita nella Galleria Rubin di via Marco de Marchi l (chiusura l febbraio 2003, curato da Luca Beatrice dal titolo «Dentro, fuori, lontano» (Edizioni della Meridiana, 20 Euro), l’autrice sostiene che «la pittura è un linguaggio lento, da affrontare con tempi dilatati che si distinguono dal quotidiano; una tecnica che matura senza eccessiva fretta ma che, prima o poi, può giungere a traguardi notevoli». Una considerazione che sottolinea la filosofia della Fornasieri espressa così bene nella sua pittura che raffigura il più delle volte la frenesia di una metropoli moderna abbandonata a se stessa e contemporaneamente pone l’accento sulla personalità dell’artista che ha bisogno di spazi chiusi, tranquilli e intimi per creare le sue opere.
La modernità della pittura di Letizia Fornasieri non sta solamente nel soggetto o nel tema affrontato sulla tela, poiché esiste anche un modo individuale di leggere i suoi lavori in base alla propria sensibilità e percezione della realtà. In “Girasole», del 1984, una delle prime tavole della Fornasieri la semplicità di un elemento naturale veniva sovrapposta da un’applicazione tecnica e coloristica che colpisce lo sguardo dello spettatore.
La personalità dell’artista con lucido senso della realtà e trasporto poetico trasferisce il proprio luogo privato, la casa, lo studio sulle vie e le piazze della città e viceversa. Un esempio recente è l’attenzione dedicata alla Bovisa, a Montenapoleone, due luoghi in antitesi che rendono il senso della precarietà e dell’incertezza dell’esistenza umana. Aree distinte: da un lato il lavoro, i quartieri periferici e dall’altro le luci sfavillanti dei negozi della moda che hanno sfrattato le botteghe artigiane.
In «Autobus che curva» del 2002, ma anche in «Tramino» di un anno prima, si possono cogliere frammenti di vita quotidiana, quel che più di rilevante passa dalla mente. E’ a Milano che è nata Letizia Fornasieri. Qui è cresciuta e qui ogni giorno si confronta con i suoi cambiamenti. Nelle fotografie come nei dipinti che osserviamo sul libro dedicato alla sua opera, l’artista ci vuole fare partecipi degli errori e dell’incuria delle amministrazioni che si susseguono: strisce pedonali scomparse, cavalletti e lavori abbandonati, tombini pericolanti. L’artista osserva e non giudica. Nelle sue tele variopinte, di grande e medio formato si diverte a coniugare arte e cultura perché è convinta che insieme dovrebbero misurare il grado di civiltà di un popolo.

di Luciana Baldrighi

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UN GESTO NELLA SOFFERENZA E NELLA GRAZIA

A Milano presso la galleria Rubin, la mostra di Letizia Fornasieri. Nei suoi quadri storie di vita metropolitana ambientate in paesaggi disadorni. Ma sempre è possibile rintracciare le tracce di un’inaspettata speranza
La mia amica Letizia Fornasieri mi ha portato un po’ di foto del suo studio, dove si vedono le sue opere più recenti: quelle ispirate agli attentati in Medio Oriente, agli autobus che saltano in aria per il tritolo dei kamikaze. Alcune saranno esposte in dicembre a Milano, presso la Galleria Rubin, in una personale dell’artista a cura di Luca Beatrice.
Le foto gliele ho chieste io. Sono appena stata nel suo studio, ma per scrivere questo articolo volevo avere ancora qualche immagine davanti agli occhi. Il fatto è che i quadri non li si guarda mai abbastanza. I quadri ne sanno di più degli artisti, figuriamoci se non ne sanno di più dei critici. Le foto che Letizia mi ha procurato sono molte. «Non so se ti serviranno, non sono un granché», mi scrive nel biglietto che le accompagna. Eccome, se mi servono. In una si vede un pastello dove c’è un autobus ridotto a un grumo tumefatto di neri e biacche. Con quelle linee che non stanno più insieme e le lamiere che si squadernano, sembra composto di pesanti cancellature, più che di segni.
Sulla parete del suo studio, vicino al pastello, è appeso un ritaglio di giornale con l’istantanea della tragedia, la corriera sventrata. Lo paragono all’opera di Letizia: non c’è che dire, è più vera del giornale, ha più significato. Del resto gli artisti fanno proprio questo: non riproducono quello che vedono, ma vedono quello che noi non avevamo visto.
Ma non è finita. Sulla parete dove ci sono il pastello e il ritaglio c’è anche una riproduzione del Rosso Fiorentino, la Deposizione di Volterra: Cristo morto calato dalla croce, con quell’incredibile groviglio di persone che si agitano e si affannano a tenerLo in braccio, perché non cada. Letizia ha tracciato sulla fotografia una freccia che va dal Rosso al ritaglio di giornale e ha scritto che la corriera «sembra una Deposizione» .
C’è tutta Letizia in questo commento: il suo sguardo partecipe, pieno di compassione, ma anche di tensione visionaria. È lo sguardo di chi è stato educato a capire che Cristo c’entra con tutta la nostra vita quotidiana. Dov’era Dio – si è chiesto qualcuno – quando è crollata la scuola di San Giuliano di Puglia? Ma come dov’era? Era li, fra i bambini di sei anni, sotto le macerie.
La corriera che esplode sotto le bombe di un attentato è il simbolo della violenza che ci contraddistingue tutti (a proposito: il fatto di rappresentare gli attentati contro Israele non è per Letizia Fornasieri una scelta di parte. Non c’è nelle sue opere – sembra ovvio dirlo, ma non si sa mai – una divisione del mondo in buoni e cattivi, in carnefici sempre colpevoli e in vittime sempre innocenti, cui ci ha abituati una certa storiografia manichea. C’è semmai la constatazione del dolore, della morte, del male che ci accomuna e da cui nessuno può chiamarsi fuori). Eppure, proprio lì dove dovrebbe esserci solo disperazione, troviamo le tracce di un’inaspettata speranza. Non per niente da quelle lamiere scardinate e accartocciate sembra spuntare una grande ala che si alza nel cielo. Come se il tetto della corriera diventasse improvvisamente leggero, capace di volare come una stella filante. Come un angelo.
È ancora una storia di sofferenza e di grazia, quella che Letizia ci racconta. Le sue sono storie metropolitane, ambientate nei paesaggi urbani più disadorni. Ma sono anche storie piene di fede. Cioè di fiducia nel fatto che c’è qualcosa di più grande dell’uomo e del male che sa generare.

di Elena Pontiggia

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I PAESAGGI METROPOLITANI DELLA MILANO DEL DUEMILA

Non era mai capitato a nessuna pittrice del secondo dopoguerra l’acquisto immediato di 13 grandi opere, frutto del lavoro più recente. È quanto è successo alla pittrice milanese (classe 1955) Letizia Fornasieri che ha trovato in Jimmy Rubin il mercante giusto che le ha organizzato una prestigiosissima mostra nella sua galleria, la “Lawrence Rubin” gemella di quella newyorkese di cui in America si parla molto dopo l’esposizione del promettente Frangi. La mostra, aperta da qualche giorno e visitabile fino al 27 gennaio in via De Marchi al numero 1, lascia intendere come finalmente il mercato dell’arte inizi a interessarsi della giovane arte italiana, cui la Fornasieri pare proprio ascriversi a grandi lettere. Che vuole ancora significare come ci siano giovani artisti che esprimono nella loro arte l’ansia del proprio tempo, e dunque scrivono con colori il mondo che li circonda, il loro quotidiano.
Per la verità questa giovane pittrice s’era già fatta notare nel lontano 1981, appena uscita dall’Accademia di Brera, partecipando al famoso Premio San Fedele, nella cui galleria aveva poi tenuto la sua prima mostra nel 1987. Schiva di carattere, appartata e mai facile da avvicinare, ha dedicato, come tutt’oggi fa, ore intere della sua giornata sia nel piccolo studio di casa in via Vallazze, che nel loft più grande di via Teodosio, a dipingere la realtà della vita; nello spessore più vero e più caldo dell’esistere, attingendo a quel banale che spesse volte a noi sfugge proprio perché sempre sotto gli occhi.
Due per la verità i filoni cui la Fornasieri ha indirizzato la sua pittura, anzitutto il tema degli oggetti domestici, quotidiani, quelle cose che già Guido Gozzano, poeta d’inizio secolo, chiamava come di «pessimo gusto». Ecco dunque cipollotti, piante grasse, tazze, il dentifricio, una serie infinita di fiori, come i ciclamini, e ancora sedie con melograni, pesche, e tutto ciò che le capita a tiro, con persino i suoi tubetti di colore. È vero da sempre che dipingere sul serio vuoi dire, parafrasando il poeta tedesco Rilke, che occorre prestare orecchio, cuore e mente. E la stessa pittrice a sussurrarcelo, mentre guarda gli oggetti che ha intorno.
Ma c’è anche un altro filone a nostra avviso molto più interessante ed è quello legato ai soggetti metropolitani, al paesaggio urbano e a quanto in esso vive. Ecco le zoomate sui taxi gialli e bianchi, sui grovigli di fili che intersecano e tagliano il cielo, sui semafori, sui tram, sulle filovie, sui pali gialli e su quelli aranciati delle fermate cittadine, sulle parti di città ingrigite, tutto un mondo cittadino, pulsante e vivo; ripreso a grandi pennellate, tirate in lungo e in largo, decise e forti. Questi soggetti metropolitani hanno poi la forza di essere rappresentati scenograficamente in modo come mai s’era visto da qualche tempo, con prospettive sfuggenti e oblique. Finalmente Milano si racconta pittoricamente all’alba del nuovo millennio, aprendo il cuore ai colori e al segno.

di Carlo Franza

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PICCOLE REALTA’ METROPOLITANE

Milanese, schiva, tenace, Letizia Fornasieri espone alla Galleria Lawrence Rubin di via Marco de Marchi 1, tredici grandi opere dedicate alla città di Milano. Soggetti metropolitani dalle prospettive sfuggenti a partire dai tram coloratissimi emblema della nostra metropoli che purtroppo verranno sostituiti dai nuovi mezzi su rotaie che hanno ben poco di caratteristico, veri e propri treni per dimensioni e lunghezza, fino a taxi, semafori, grovigli di cavi.
La mostra, aperta fino al 27 gennaio, è accompagnata da un catalogo curato da Rossana Bossaglia dal quale è possibile comprendere il significato di questi soggetti quotidiani; soggetti che nel percorso visivo acquistano dignità e importanza non solo per il colore generoso con il quale l’artista li ritrae, ma anche per la ricerca del vero che la Fornasieri intraprese ancora quand’era studentessa all’Accademia di Brera.
L’artista (classe 1955), vincitrice del Premio Carlo Dalla Zorza promosso dalla Galleria Ponte Rosso, si dedica ogni giorno nel suo studio di via Teodosio con gli occhi di una ragazzina, agli angoli più pulsanti della vita cittadina con ampie pennellate decise per sottolineare come la frenetica vita moderna sia di per sé una realtà da non sottovalutare, viva e dominante. Dominante al punto che a volte ci impedisce persino di fermarci a pensare o a guardare il cielo. Il disordine cittadino è visto con occhi da cronista attenta e allo stesso tempo con una poesia fuori dal comune per un’artista abituata a concepire lo spazio solo come prospettive sfuggenti e oblique. Persino nelle opere «domestiche», nature morte, veri e propri angoli di vita familiare, la Foranasieri ingrandisce ed evidenzia forme e colori, in maniera tale che gli oggetti sembra che parlino e persino ascoltino. Soggetti metropolitani e grappoli di inflorescenze emergono con l’entusiasmo per la realtà, bella o brutta che sia. “A casa c’è sempre stata molta attenzione per tutti gli aspetti della cultura, della storia, della filosofia. Mio padre insegnava matematica, mio fratello è pianista. Dalla mamma abbiamo imparato ad osservare la realtà più minuta e questo mi è rimasto nel sangue. Non dipingo per competere con la realtà o per fissarla, ma per confrontarmi con essa. E’ un modo che serve anche a conoscere meglio me stessa”
Prestando orecchio, cuore e mente alla città, Letizia Fornasieri si concede il lusso intelligente di esprimere il senso delle cose con un’analisi acuta e ironica. I tesori nascosti che ci rivela possono sembrare insoliti e allo stesso tempo familiari. Segreti che ci permettono di comprendere il senso delle cose. Affreschi metropolitani che raccontano il trionfo della routine: “vedo quindi sono”. Questo è il fascino discreto del nostro quotidiano.

di Luciana Baldrighi

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IL SEMAFORO DIVENTA METAFISICO
FORNASIERI DIPINGE LA REALTÀ-IRREALTÀ CITTADINA

Diceva Robert Adams che un artista ha un solo mezzo per descrivere un mondo migliore: guardare il mondo che ha davanti. Adams si riferiva alla fotografia, ma la riflessione è valida anche per gran parte della pittura. Lo conferma, ad esempio, la mostra di Letizia Fomasieri, aperta fino al 27 gennaio a Milano da Lawrence Rubin (presentazione di Rossana Bossaglia).
L’opera dell’artista milanese appartiene alla famiglia del realismo espressionista, anzi si radica (cosa piuttosto rara oggi) nel solco del realismo esistenziale, oltre che nella figurazione degli anni Ottanta. I suoi dipinti, però, non cercano nella realtà quello che si vede. Cercano soprattutto quello che non si vede. Così le sue opere ci mostrano frutti e piante grasse, strade e tram, oggetti d’uso comune e dettagli senza storia. Ma muovono dall’idea che quei frutti e quei tram, come tutte le cose, siano l’apparenza (o l’apparizione) di un mistero più vasto di cui ci sfuggono i confini, impegnati come siamo a usarle, quelle cose, senza avere il tempo di pensarci.
Quando Letizia dipinge le vie congestionate dal traffico, o i semafori affastellati come mostruosi mazzi di fiori, non ha in mente una denuncia sociale. Quello che vuole raccontarci, invece, è una quotidiana carica di presenze, di rimandi, insomma una dimensione metafisica. La sua figurazione storta, angolosa, ammaccata ci ricorda che la vita è faticosa anche per noi, uomini del cyberspazio e della new economy.
La volumetria non lascia dubbi sul fatto che ogni cosa abbia un peso e sia un peso. Le sue angolature pericolanti, le sue prospettive concitate ci fanno urtare, più che contemplare, i soggetti che dipinge. Ma poi ci sono i suoi colori, accesi e teneri, a insegnarci che, per trovare la luce (in tutti i sensi) non occorre andare lontano. Anche un tram in ritardo, che avanza a colpi di clacson e di improperi tra i catorci delle macchine, può squarciare il velo grigio dell’esistenza, cittadina, anzi dell’esistenza.

di Elena Pontiggia

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LE DUE ANIME DI UNA GIOVANE PITTRICE

Con 14 dipinti ad olio su tavole di grande formato, Letizia Fornasieri (Milano, 1955) racconta l’esito più recente di un cammino artistico tutto milanese: diploma all’Accademia di Brera, partecipazione nel 1981 al premio San Fedele e, nel 1995, primo premio al concorso di pittura Carlo Dalla Zorza. Un percorso caratterizzato dalla caparbietà con cui la pittrice spia la realtà quotidiana che suscita in lei immagini contrastanti.
Da una parte oggetti di uso domestico resi con colori caldi e rassicuranti; dall’altra la confusione del traffico per le strade milanesi. Vasi di piante grasse, giocattoli infantili, tazze della colazione lasciate asciugare sullo scolapiatti, bottiglie di plastica, pentole da cucina descrivono l’intimità protettiva degli ambienti domestici.
Fuori, l’ignoto, il disordine, il frastuono metropolitano. A cieli grigi e cupi tagliati da grovigli di cavi elettrici, sono accostate intense macchie colorate che incombono con fare minaccioso sulla città: sagome di tram che sovrastano le automobili schiacciate dal traffico caotico; anonime figure umane che si intravvedono attraverso i vetri scuri dei finestrini; grappoli di semafori, agli incroci delle vie, simili a megafoni che amplificano suoni e colori. Un disordine di diagonali e aggressivi primi piani che si contrappongono all’ordine ortogonale e ai colori chiari delle pitture di interni. Due anime, che sembrano due stili diversi, della stessa pittrice.

di Elisabetta Staudacher

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LA CITTA PRENDE FORMA SULLA TELA

È stata inaugurata da poco e i riscontri sono già ottimi.
La galleria Lawrence Rubin presenta con 13 opere una selezione del lavoro più recente di Letizia Fornasieri, artista milanese assai schiva che da molti anni persegue con tenacia una ricerca pittorica personalissima.
La pittura della Fornasieri segue due filoni ben distinti, uno legato al tema degli oggetti domestici, quotidiani, l’altro al tema delle città, più precisamente Milano.
Nelle opere domestiche dell’ artista, che non desidera competere con la realtà ma capirne il significato, anche gli oggetti più modesti e comuni acquistano dignità e importanza campeggiando al centro di grandi tavole su cui il colore è generosamente e ampiamente steso.
Nei soggetti metropolitani invece da prospettive sfuggenti e oblique, grigie come solo la città di Milano è nei mesi invernali, emergono prepotentemente le macchie di colore dei tram, come grandi creature vive e antiche a dominare il frenetico paesaggio urbano.
E così i taxi, i grovigli di cavi, i semafori, come occhi di una città viva e pulsante che la Fornasieri non teme di ritrarre con le sue ampie pennellate decise.

di Sabrina Bonalumi

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IL FASCINO DEL DISCRETO

Non ha mai ceduto a lusinghe troppo facili. Crede profondamente nella sua pittura. Di carattere deciso e volitivo, Letizia Fornasieri persegue con tenacia la sua ricerca artistica, iniziata più di venticinque anni fa, quando era studentessa a Milano, all’Accademia di Brera.

L’ostinazione della pittura
Letizia Fornasieri, che oggi ha 45 anni, è una persona molto determinata ed esigente. Con se stessa prima che con gli altri. Niente e nessuno può distrarla dalla sua grande e unica passione: la pittura. Per questo non è sempre facile avvicinarla. Neppure se a cercarla è un gallerista. È successo così anche a ]immy Rubin, che dirige lo spazio milanese Lawrence Rubin, dove, a fine novembre, sono esposti i suoi lavori più recenti. Organizzare la mostra è stata una vera impresa. Tutto è cominciato qualche anno fa, quando Rubin, passando in bicicletta per via Brera, vede esposto nella vetrina della galleria Ponte Rosso un quadro con un grande mazzo di ciclamini. Ne rimane folgorato e s’informa subito sull’autore, Letizia Fornasieri. La chiama per fissare un appuntamento in galleria. Niente da fare. La sua offerta non suscita nessun interesse, invece dell’attesa adesione ottiene un secco rifiuto. Inaspettatamente, però, qualche mese dopo Letizia si rifà viva. Piomba in galleria, da Rubin, come se l’invito fosse del giorno prima. Al momento della telefonata, semplicemente, non aveva voluto sottrarre tempo alla pittura.
Letizia Fornasieri vi si dedica ogni giorno nel piccolo studio di casa o in quello più grande di via Teodosio, a Milano. Ma anche in una soffitta, che certi amici le hanno prestato per un lavoro speciale e che chiede uno spazio tutto per sé. Qui, infatti, sta, portando a termine la grande Via crucis, una tavola a olio di sei metri per tre, alla quale si aggiungono altre sette tavole di un metro per uno. Per adesso sono lì, in fila l’una accanto all’altra, sotto le travi, appoggiate ai pavimenti sconnessi in attesa dell’ultima maturazione, del consenso finale. Che può tardare anche molto, attenta com’è a evitare ogni nota che non regga nel tempo.
L’entusiasmo che ha per il suo lavoro ha contagiato molti altri. Non solo Cristina Griner, l’amica che l’aiuta nelle pubbliche relazioni, sempre accompagnata dal suo spinone italiano Yuri, modello preferito della Fornasieri. O Camillo, il fratello minore, con cui ha un rapporto molto stretto e che ha escogitato un modo gentile per comunicarle pareri, consigli, osservazioni: affida i messaggi a biglietti che lascia vicino alle tele in lavorazione.

Il confronto con la realtà
A casa Fornasieri c’è sempre stata molta attenzione per tutti gli aspetti della cultura, per la storia, la filosofia e naturalmente e soprattutto per l’arte. Il padre insegnava matematica, il fratello maggiore è pianista, come la nonna, che però dipingeva anche. “Abbiamo imparato dalla mamma a considerare importanti anche le cose di tutti i giorni”, racconta, parlando della famiglia. Ed è questa attenzione per la realtà minuta che l’ha favorita, forse decisa, a confrontarsi con essa. “Non per competere con la realtà, ma per conoscerla meglio. E conoscere me”. Questa specie di missione che è per lei la pittura è perciò anche un dono prezioso, che le permette di esprimere il senso delle cose, di rivelarle il tesoro nascosto. Gli oggetti parlano e lei li ascolta, “prestando orecchio, cuore e mente”, come spesso ripete ricordando le parole amatissime del grande poeta Rainer Maria Rilke. “Spesso il significato profondo delle cose che abbiamo sempre davanti sembra sfuggire”, spiega, “per questo, quando voglio dipingere una natura morta lascio sul tavolo per qualche giorno le mele che ho scelto come protagoniste. Come se le avessi dimenticate. E aspetto”. In attesa che siano proprio le mele a rivelarle il loro segreto. Che poi è il significato della realtà, delle cose umili. Quando le mele diventano un quadro sono la risposta meditata che riceve alle sue domande. Mele, cipolle, tubetti di colore e stoviglie sullo scolapiatti di cucina giganteggiano ora sulla grande tela. I suoi soggetti non sono mai inventati. Sono sempre tratti dalla realtà e senza riferimenti alla pop art o all’iperrealismo. Non sono neppure nature morte. Sono vive, proprio come la realtà.

Dipinti metropolitani
Anche quando affronta il tema della città, è come se Letizia Fornasieri non uscisse dalle mura domestiche. Per lei, la città è la grande casa di tutti. Anche tram, semafori, taxi, autobus sono guardati con l’affetto che si tributa a vecchi mobili e oggetti familiari. In queste sue composizioni è tutto un susseguirsi di prospettive e piani ravvicinati, dove a prevalere è il colore. Proprio il colore, steso con il pennello o con la spatola, è ora il punto di partenza del dipinto, dopo che la tela è stata preparata con un fondo nero, pronto a riunire tutte le tonalità. Per prime emergono le grandi masse gialle, arancio, blu: il tettuccio del taxi, la serie di semafori, il muso del tram. Poi a poco a poco prendono forma i particolari: la gente in piedi dietro ai finestrini del tram, le insegne dei negozi, le braccia di un guidatore. Letizia Fornasieri non vede nella metropoli un luogo alienante, fonte di angoscia. Il suo sguardo è pieno di affetto. Abbraccia tutte quelle azioni quotidiane che accompagnano l’esistenza con la benevolenza che riserva ai piccoli oggetti delle nature morte. Dipinge le azioni di tutti i giorni come gli oggetti di tutti i giorni. I due aspetti fondanti della realtà. Che continua, ogni mattina, a scavare. Per amare meglio.

di Marco Fragonara

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FORNASIERI, SQUISITA FORMULA SENZA PALPITI

Il tavolo da lavoro e il corridoio di casa; i tubetti di colore e i palazzi di fronte alla finestra. È piccolo e circoscritto ad una stanza il mondo che la pittrice milanese Letizia Fornasieri (Milano, 1955) riproduce nelle sue grandi tele. Mediante l’uso della spatola e di grossi pennelli, le forme e le luci vengono scomposti in geometrici tasselli di colore, che conferiscono alla pittura il rilievo e la spigolosità della scultura.
Accanto a questa riduzione delle forme alla geometria, convive, però, un disordine instabile, che sembra sempre sul punto di sconvolgere l’assetto delle cose dipinte trasformandolo, un attimo dopo, in una apparizione del tutto diversa, come quando si ruota il tubo del caleidoscopio e i pezzi di vetro sembrano caderci addosso per poi ricomporsi in un disegno nuovo.
Nelle tele della Fornasieri, i muri delle case sono obliqui, le distanze prospettiche schiacciate su un unico piano, la profondità ribaltata in superficie. S’intende che dietro questi squilibri c’è l’aspirazione ad attingere a qualcosa di più assoluto della mera ap-parenza, ma è come se questa ricerca avesse trovato una formula espressiva così efficace da diventare insistita e ripetuta fino al compiacimento della correttezza.
L’artista dimostra di padroneggiare la tela e, addirittura, di saperne bravamente sfidare le grandi dimensioni senza paura di perderne il controllo, ma poi si ferma a un soffio dal riuscire a cogliere le voci e i palpiti di quegli oggetti e di quelle mura che tanto accanitamente scruta e ritrae.
C’è, nella consapevole squisitezza della sua formula tecnica, una freddezza simile a quella di un perfetto esercizio retorico, che non si accorda con la vaga sottigliezza e la labilità delle emozioni che pure quella pittura cerca.
Che però la Fornasieri possa balzare oltre il suo accademismo e attingere alle segrete parole delle cose, lo dimostrano i due autoritratti dove si è lasciata trascinare in, territori più liberi e intimi.

di Francesca Bonazzoli

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