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Letizia Fornasieri
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QUEL PENNELLO DI LETIZIA FORNASIERI CHE COGLIE LA “GLORIA” NEL QUOTIDIANO

Letizia Fornasieri espone dal 6 al 24 ottobre 2011 in via Santa Maria Valle a Milano, prima tra gli eventi promossi dalla Fondazione Durini, la cui finalità è quella di sostenere il lavoro di pittori e scultori meritevoli. Curata da James Rubin, la mostra presenta quaranta lavori, di cui trentadue inediti e otto storici, che ricostruiscono il percorso artistico della pittrice milanese, nata nel 1955 e nota oramai anche al grande pubblico per le numerose esposizioni, ultima tra le quali l’importante rassegna antologica al Palazzo della Ragione a Mantova.
I temi affrontati dalla pittrice sono legati alla vita quotidiana della sua famiglia e della sua città, Milano: oggetti e paesaggi sono colti dall’occhio attento di chi si sofferma su un particolare e sa trovare nelle cose un oltre che ne svela il significato. Ma questa operazione non perde di vista le cose, anzi le rappresenta con coraggio e forza, ed anche con intima partecipazione. Tali sono le raffigurazioni della figura materna, colta in momenti della vita casalinga e insieme capaci di ridirne la memoria vissuta in tanti anni di dedizione alla famiglia. E Milano, rappresentata in palazzi, in taxi, in tram e filovie non è la città fredda in cui si intrecciano senza saperlo tante vite frettolose, ma è fatta di uomini che abitano e si spostano in uno spazio proprio: Letizia Fornasieri ne coglie la vita laboriosa e dona alle strade e alle case la loro identità più riposta. C’è un grande silenzio nella casa e nella città e in esso si avverte la presenza umana.
I temi floreali spiccano per la vivacità cromatica, dai gialli dei girasoli ai rossi dei gerani e dei ranuncoli. Ad essi si aggiungono le vigne di Asciano, colte nei colori dell’autunno e gli inediti verdi ortaggi del mercato di Parigi. Anche in questo caso non è una pittura soltanto figurativa, ma il tentativo riuscito di leggere dentro la natura e la bellezza e la varietà delle sue forme la sostanza che la fa.
Forse per questo ciò che in genere è guardato con superficialità è reso speciale una volta dipinto e fa tornare all’oggetto con maggiore attenzione. Miracolo della poesia che restituisce alle cose quotidiane la loro bellezza e la loro gloria.
Si direbbe che l’autrice abbia un modo molto suo, molto personale di amare la vita, i suoi dettagli e che abbia il dono di trasferirlo nel suo lavoro. Le sue opere infatti hanno uno strano riserbo, ma nello stesso tempo comunicano una forza di passione nella percezione delle cose e nella loro rappresentazione. Forse questo riserbo permane nel silenzio in cui gli oggetti, sedie, finestre, biancheria, fiori, rape, carote, facciate vivono, a dispetto della forza dei colori e dell’atto pittorico. Questa sorta di castità nell’amore è ciò che si avverte con relativa facilità e con ammirazione nell’opera di Letizia Fornasieri, giunta a una maturità che semplifica. 
L’augurio sincero è che la sua ricerca continui, non solo nella varietà di temi e di tecniche, ma soprattutto nell’occhio con cui guarda alle cose e nella mano che le ridona arricchite di gloria. Per rubare una sua espressione, “la gloria di una giornata qualunque”.

di Laura Cioni

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LETIZIA FORNASIERI E LA SUA FATICOSA REALTÀ RICCA DI SPERANZA

Siamo tutti così impegnati a vivere, che non abbiamo tempo per osservare la vita. Per fortuna lo fanno per noi alcuni artisti (pochi, per la verità) e Letizia Fornasieri è tra questi.
C’è una nuova felicità, un sottile lirismo, in alcune delle sue ultime opere.
E’ come se Letizia avesse alleggerito la sintassi che governava le sue composizioni e avesse lasciato forme e immagini più libere nello spazio. Una differenza profonda, in effetti, separa la cascata di foglie della Vigna rossa, che sembra un volo di quadrati posati sulla tela come tessere di mosaico, dalla Filovia, che procede lenta, ammaccata, tra una foresta di macchine ugualmente ammaccate e un po’ ostili.
In termini stilistici dovremmo dire che al realismo influenzato da Braque subentra una libertà segnica che dialoga con l’informale, per esempio di De Staël (Il mio amico Jackson era il titolo di un quadro di qualche anno fa dedicato a Pollock). Ma l’arte è una cosa troppo importante per lasciarla ai critici d’arte. E allora preferiamo dire, con parole forse più generiche ma meno di gergo, che in certe opere si avverte un sentimento inaspettato di volatilità, di leggerezza.
E’ la natura che suggerisce a Letizia questa effusività, questo allentarsi di legami e rigidezze? No, non è così. Basta osservare L’agave che si protende dura e legnosa a cercare un po’ di luce, per capire che qui il problema non è la città o la campagna. Non c’è, nei quadri di Letizia, una visione ingenuamente irenica di fiori e piante. Letizia sa bene che, come dice san Paolo, anche la natura ha bisogno di redenzione.
Non è nemmeno la distanza cronologica, però, che separa i due quadri, perché La vigna e Milano. La filovia sono tutti e due di quest’anno. Piuttosto anche qui, per citare l’Ecclesiaste, c’è un tempus tacendi e un tempus loquendi: c’è il tempo della sofferenza e quello del sollievo, c’è il giorno feriale e quello della festa.
In questo ciclo di opere, insomma, Letizia Fornasieri ha voluto narrare la vita nella sua complessità: l’automobile rappresa nel traffico e il Girasole siriano sciolto nella luce, la foglia dura e tagliente e il tralcio mosso dal vento, la ragazza che si aggiusta in qualche modo nella babele della casa e il giardino che si dispone ordinato dietro un sipario di fiori.
In una delle opere più intense, Margherita e la lavatrice, per esempio, una donna (la madre, da poco scomparsa) è accanto appunto a una lavatrice. A prima vista il quadro sembra un frammento di vita domestica, ma l’oblò, che in quegli elettrodomestici è sempre rotondo, qui è un poligono maldestro e mal fatto, con i lati che non stanno insieme. E la donna non sta infilando i panni nella lavatrice, e neanche li sta togliendo, tanto meno con quella felicità commossa che nelle pubblicità hanno tutte le facitrici di bucati davanti alla visione beatifica della biancheria lavata. Al contrario, qui la donna è rannicchiata di fianco alla macchina, in una posa inconsueta e quasi inspiegabile.
Il fatto è che Letizia coglie (con partecipazione, compassione, dolore) tutta la fatica del vivere. Non è l’oblò che è storto, ma la nostra esistenza, che non è rotonda nemmeno quando tutto funziona. Se non altro, perché è un’esistenza breve. E non è la posizione di Margherita che è scomoda, ma la nostra: la nostra condizione esistenziale, così precaria a dispetto dell’odierna mitologia del benessere che vorrebbe rimuovere la presenza del negativo.
Eppure questo realismo (realismo dello stile, ma anche realismo della visione del mondo) convive nelle opere di Letizia con una straordinaria speranza. Sì, perché la lavatrice ha una sua candida bellezza e, pur storta com’è, è un simbolo di lavacro, di pulizia; il tram illumina la strada col suo colore d’arancia e, pur lento com’è, è un segno di movimento, di vita. Allora anche nei cassetti sbilenchi e disassati di un mobile, che sembra reduce da un furto con scasso, si possono vedere “altre cose” (Margherita vedeva altre cose, 2011). E per questo la Vigna (che poi non è una vegetazione qualsiasi, ma quella scelta da Cristo come metafora del suo regno) splende nel suo oro rosso come una fiamma.
Di fatica e speranza, insomma, parlano questi quadri, come parlano di pesantezza e levità, di artrite deformante e felicità della forma. Così Letizia Fornasieri prosegue paziente, pagina dopo pagina, le sue Cronache della vita di tutti i giorni. E si candida con coerenza a diventare, nell’ambito del realismo contemporaneo, una delle voci più convincenti.

di Elena Pontiggia

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LA STRANA FAMILIARITÀ DI QUEL TAXI

E’ un taxi. Giallo, di quelli che giravano a milano qualche anno fa. Aquila 42 si chiama il quadro di Letizia Fornasieri esposto a Mantova, a Palazzo del Tè, con gli altri della mostra “La gloria di una giornata qualunque”.
A prima vista, dicevo, lo si direbbe semplicemente un taxi, colto forse nell’attimo di una sosta, mentre aspetta sotto un portone un cliente; in una via di Milano stretta, grigia, quasi, nella prospettiva, sbilenca. Sopra, un trapezio di cielo incerto, biancastro, quel cielo senza tempo che Milano si mette sia in primavera che d’inverno. Tra il cielo e l’asfalto, fili della corrente, della luce, ragnatela sulla città, che la avvolge come l’ordito di una tela. E insomma nel quadro non c’è altro che quattro case – forse un po’ troppo chine sui marciapiedi, a sorvegliare noi che passiamo – e il cruscotto del taxi con il vetro oscurato, che non permette di vederne i passeggeri. Tuttavia, perché lo sguardo ti ci si incolla addosso, e non si stacca?
È che quel taxi ha un’aria enigmatica. Mi ricorda qualcosa. Non saprei cosa, ma direi dolorosa. O comunque la confusa memoria di un’attesa. È forse quello con cui sono corsa all’ospedale, da mio padre, una mattina, incredula che davvero fosse morto? O è quello invece con cui in un’ora fonda della notte siamo andati, noi due, alla Mangiagalli, io sbalordita dalle doglie del primo parto? In ogni caso è un taxi di ore gravi, di tragitti muti, mentre dalla radio fuoriescono e svolazzano parole leggere che non ascolti. Quanto è? Grazie. Lo sportello che sbatte secco alle spalle, e tu che vai. Da oggi non sarà più come domani.
Quell’Aquila 42, pensi soppesandone ancora la mole larga, un po’ invasiva, non è un taxi normale, svagato, da corsa alla stazione per andare in vacanza. Col suo abitacolo buio sembra un appuntamento già fissato. È un taxi che incrocia, e scioglie e lega destini.
Complice, probabilmente, di quel Tram, anche lui esposto al Palazzo del Tè. Arancione. Con quel muso così storto e sfacciato, come certi ceffi della mala di una volta. Così incombente addosso che quasi esce dalla tela, sfrontato. E anche lui coi vetri assolutamente oscuri. Né conducente, né passeggeri. Nessuno. Ammesso che poi davvero trasporti dei passeggeri. E non s’avvii perfettamente vuoto, solo, per la città, fantasma di lamiera obbediente sui binari consueti.
Sia il tram che il taxi escludono figure umane. Per questo nelle tele Milano è così vera: è la città assente, la folla di noi, che non alziamo gli occhi a guardarci. E tuttavia, in quei vetri neri che percezione di assenza, e di misteriosa attesa. Attesa di chi, di che cosa? Di un volto, che ci veda e ci riconosca. Attesa che le facciate di cemento rivelino la casa di un amico: che ci abbracci in un lutto, che sia felice, perché tuo figlio è nato. Mentre, sbam, ti sembra di sentirla quella portiera che sbatte di Aquila 42. Paesaggio urbano con deserto. Quel deserto che, diceva Eliot, «è pressato nel cuore della metropolitana».

di Marina Corradi

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CHI HA RUBATO IL PAESAGGIO? I «PAESAGGISTI»
ADDIO MONTI E MARINE. PER GLI ARTISTI SONO SOLTANTO UNA PROIEZIONE DELLE NOSTRE ANGOSCE

E pensare che il Novecento si era aperto con una dichiarazione di guerra contro il paesaggio. Boccioni e i futuristi non ne potevano più di tramonti sul lago e di albe negli alpeggi e proclamavano: «Finiamola con i Laghettisti, coi Montagnisti!». Il paesaggio, insomma, sembrava un genere irrimediabilmente vecchio, ottocentesco. Nasce infatti sullo scorcio del nuovo secolo il «paesaggio urbano», che ha come soggetto la città. Pochi anni dopo, però, gli artisti tornano a dipingere i temi naturali. Già, ma come li interpretano?
Facciamo un passo indietro. Il paesaggio, nella tradizione pittorica occidentale, è prevalentemente legato a una nozione di quiete. L’interesse per la furia della natura e lo scatenarsi degli elementi (preceduto dalla tempesta del Giorgione, dove comunque si vede solo un lampo) si sviluppa col romanticismo e rimane minoritario nelle scelte iconografiche. Nell’arte del ‘900, invece, la natura diventa luogo d’ansia e tensione: dai paesaggi inquieti di De Pisis a quelli agitati di Osvaldo Licini. Anche se non mancano naturalmente le eccezioni. Da dove nasce questa nuova prospettiva, che nell’800 non c’era (se non in certi esiti soprattutto tardo-romantici, impostati sulla lotta per la sopravvivenza o sull’eroismo dell’uomo che si scontra con gli elementi)? Deriva forse da una sensibilità, per così dire, ambientalista? Senza nulla togliere alla doverosa preoccupazione per quello che una volta si chiamava «il creato», le cose non sono così semplici.
Prendiamo, per esempio, un’artista come Letizia Fornasieri, considerata uno dei maggiori pittori realisti della sua generazione, e i cui quadri esposti a Mantova sono emblematici di uno stato d’animo oggi diffuso. Tra i suoi dipinti troviamo paesaggi urbani ingombri di traffico, dove anche il cielo non ha più un centimetro libero, tanto è percorso da fili della luce, cavi elettrici, segnaletiche invasive. Poi, però, il suo sguardo si sposta su un frutteto, su una serra, su una betulla e ci aspetteremmo che si rasserenasse di fronte allo spettacolo della natura. Non è così. I fiori, è vero, sono bellissimi, e sono belle anche le piante di limoni o le distese di neve. Ma quel senso di disagio doloroso che sentivamo davanti ai paesaggi urbani non muta. Il fatto è che la fatica e il dolore fanno parte della vita. E l’artista ce lo ricorda, con discrezione, senza farci sognare inesistenti paradisi terrestri. Il paesaggio, allora, diventa una meditazione esistenziale. Ed esprime il nostro disagio, sia pure aprendosi a un’intensa speranza metafisica.
Se confrontiamo le vedute di Letizia Fornasieri con quelle ottocentesche o degli inizi del Novecento (e ce ne offrono un’occasione le due ottime rassegne di Barletta e di Monza, incentrate su questo tema, oltre alla sala dei paesaggi, recentemente riaperta alla Pinacoteca di Brera) la differenza è evidente. Campi, marine, fresche e dolci acque di De Nittis o Mariani appaiono immersi in un’altra pace. Possono tingersi di malinconia, di nostalgia, ma restano fondamentalmente più sereni di quelli del secolo successivo.
Per quale motivo? Forse perché la natura, allora, era meno aggredita e in pericolo di quanto non sia oggi? Non vorremmo passare per insensibili, ma temiamo che la risposta sia diversa. Se nell’Ottocento la natura era ancora «l’altro da sé», come dicevano i filosofi, oggi il paesaggio è un’immagine dell’io. E i problemi dell’io, cioè i nostri, sono profondi, complessi, spesso inguaribili. E purtroppo non c’è intervento esterno che possa sanarli.

di Elena Pontiggia

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Il personaggio: Letizia Fornasieri alla Galleria Rubin
CERCO IN TRAM L’ANIMA DI MILANO SUI MEZZI PUBBLICI
RITROVO LE COMPARSE DI UN COMUNE DESTINO UMANO

Come un’artista guarda Milano, che città d’arte non è? «L’assedio, la costringo a sputare le sue ragioni. La realtà, se la interroghi, risponde». Parola di Letizia Fornasieri, artista che non ama gli aggettivi: «Per cominciare, l’arte non è femminile nè maschile. È la proposta di un’esperienza, di una persona. Quando a Palazzo Reale hanno allestito la mostra sulla pittura delle donne, non ci sono andata apposta».
Le donne però, le dipinge. Per la nuova mostra alla Galleria Rubin di Milano, «Il tram e la bambina», l’ultimo quadro arrivato è la «Bambina rossa». Che ha appena imparato a stare in piedi, appoggiata al grande letto-coperta della mamma, davanti a una distesa di colori: «Sta imparando a guardare le cose che la vita mette davanti, di traverso, o in modo più disteso. A guardare con uno sguardo dentro di sé, chiedendosi costantemente tanti perché …» E l’autrice, che ha 54 anni, cosa cerca? «Non cerco tanto per cercare, mi fanno ridere quelli che dicono così. lo cerco le chiavi per entrare in casa».
Le ha trovate. In senso lato, Milano è la sua casa. Abita dalle parti di viale Abruzzi, dove ci sono case Ottocento massicce e alberi, che lei guarda la sera. Dipinge ombre fisiche, pesanti. Nella città disseminata sempre di cartelli «lavori in corso», coglie le permanenze, la stabilità: «Io sono una stanziale». Forse per le solide radici familiari, la nonna materna allieva della scuola d’arte domenicale nella Torre di Ansperto, o per la propria capacità di entrare in confidenza con le cose, Letizia riesce a decifrare l’anima di Milano: «Un po’ provincia e un po’ Shangai, Navigli e BIade Runner … », commenta il critico Luca Beatrice. E Rossana Bossaglia osserva come le sue rappresentazioni non entrino in polemica con il traffico. Il turbolento dinamismo di automobili, tram, taxi, semafori, insegne, sulle tavole lavorate energicamente a spatola, è vitalità. Dove andiamo? «Liberamente verso il nostro destino. Perciò mi interessa dipingere il tram. Ha una direzione, un binario. Tante fermate giuste per chi deve scendere. È l’elemento che vince, s’impone, viene verso di noi come un rompighiaccio. Il traffico si scansa, lo lascia passare».
Col suo bell’arancione violento, stravagante, allucinato, contorto, il tram è un personaggio (toro o torero?) da corrida. Anche il poeta Giovanni Raboni ne era affascinato. Gilio Dorfles ha approvato l’estetica pubblicitaria che ha colorato i mezzi di trasporto nella grigia metropoli. Sì, piacciono anche alla Fornasieri. Che sale anche sul metrò. A ritrarre passeggeri anonimi, non i volti, ma la curvatura delle spalle, il collo, la geometria delle braccia e delle mani strette a pugno. Tutti, tutte comparse di un destino comune. Realismo lombardo. Ma perchè non usa la fotografia, strumento preferito dalle nuove generazioni? «Credo sia una bella trappola, anche se sembra proteggerti. Nella pittura, invece, uno rischia il gesto, e viene fuori il proprio io», Nel 1993, finalmente, è riuscita a dipingere il suo autoritratto. E solo nel 2002 il volto di Annetta, la sorella disabile, che vive con lei e con la madre. Un’opera riconosciuta bellissima, per lo stile maturo e sintetico. Ma Letizia non è d’accordo: «L’arte, in qualche modo, scarta il difetto. La vita, invece, lo accetta, ne trova la ragione. La vita è più grande».

di Anna Mangiarotti

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LETIZIA FORNASIERI, LA GLORIA DI UNA GIORNATA QUALUNQUE.
Mantova, Palazzo della Ragione. Fino al 19 aprile.

Il titolo dice tutto. O meglio, dice della natura profonda delle opere di Letizia Fornasieri. Non solo di quelle presentate nella bella mostra antologica mantovana, ma di tutte le sue opere. A leggerlo, quel titolo, si vorrebbe fosse il programma della vita. Che desiderare d’altro se non vivere ogni giorno la gloria di quel giorno? Saper riconoscere lo splendore delle cose quotidiane?
Guardando i dipinti presentati nella mostra forse si può carpire il segreto di questo sguardo alla loro autrice. Letizia Fornasieri è una donna schiva, che non ama parlare di sé e non “spiega” i suoi quadri, perché tanto sono lì a “spiegarsi” da soli.
Cosa cerca Letizia Fornasieri nella pittura? Bisogna essere precisi. La pittura è un mezzo. Il mezzo. Quello che cerca questa pittrice sono le cose. Per meglio dire, quello che cerca e che indaga è la realtà. Letizia afferma che pensando a ciò che la muove nel suo lavoro riconosce di essere sempre partita dalla realtà. Dice: “Mi interessa capire perché c’è lì la mela, in cucina. Perché ci sono io lì con lei?”. Ma per cercare ci vuole un metodo, una ragione. E la ragione si palesa nel lavoro paziente, quotidiano della pittrice. Giovanni Testori, grande critico d’arte e pittore egli stesso, scrisse: “Credo che ci sia un indirizzo infallibile: non sbaglierà, nonostante tutti gli errori, chi avrà voluto bene alla realtà, ossia alla Creazione. Se vuoi bene alla Creazione, puoi anche scrivere o dipingere le cose più tremende: esse sono già salvate dal Creatore fatto carne. Amando la realtà, ci sei dentro, ci vivi già dentro, e abbracci il tuo tema, senza bisogno di fare come facevano i Neorealisti, che dovevano controllare com’è fatta la cucina, com’è fatta la bottiglia, com’è fatta la minestra, e così via. Ma la cucina, la bottiglia, la minestra sono già dentro quell’atto d’amore, basta chiamarli e, tac, ti saltano alla penna, al pennello”.
Credo che questa frase descriva il lavoro di Letizia Fornasieri, come ben comprende chi vede i suoi dipinti.
La mostra ci fa entrare nel mondo di Letizia, ci permette di seguirla e scoprire il suo sguardo sulle piccole e grandi cose del suo mondo. Seguiamo la scansione che il percorso ci propone e ci addentriamo nel mondo di Letizia Fornasieri, conoscendolo attraverso la sua pittura.

“SCOPRO NELLA MIA CASA STANZE CHE NON CONOSCEVO”
Ci sono piccoli frammenti di scrivania o di tavoli, con le cose normali. Tubetti di colore, pennelli, scatole di pastelli, libri, quaderni, blocchi per gli schizzi. Qua e là frutti, fiori, stoffe, una teiera. Spiragli di stanze, scorci di finestre. Ci addentriamo con la pittrice nei meandri dei suoi spazi privati, inquadrati selezionando il punto di vista, ma mai messi in posa. Emergono dipinti di piccolo e grande formato, potenti come pale d’altare. Ogni luogo, ogni oggetto evoca una presenza. Ci si aspetta che da un momento all’altro qualcuno passi e modifichi la situazione che il quadro ha fissato. Talvolta le presenze non sono solo evocate, come quando la mamma o la sorella Annetta o l’artista stessa sono dentro le stanze dipinte.

“I FILI DEL TRAM, TESI NELL’ARIA, TESSONO UNA RETE CHE MI TRATTIENE”
Dall’ambito privato delle stanze di casa o dello studio lo sguardo di Letizia si affaccia all’esterno e indaga la città. Non una città generica, ma Milano. Anche in questo caso emerge un’identità, una specificità. Quasi Milano fosse una persona, che la pittrice ci presenta attraverso il suo personalissimo punto di vista. Sono i particolari che vengono ingigantiti nei quadri. L’incrocio dei fili aerei dell’elettricità che muove le filovie, le foreste di semafori che animano gli angoli della città, e poi i balconi, le case. Tanti gli istanti rubati sul metrò o in tram, dove ci appaiono braccia, mani e frammenti di una umanità che popola ogni mattina i percorsi dei mezzi pubblici.

“PIANTE DISEGNANO OMBRE E SUSSURRANO AL SOLE”
La terza e ultima sezione della mostra è animata da fiori e piante, un tema su cui Letizia si è molto soffermata negli anni recenti. Ma non bisogna farsi ingannare: non si tratta di quadri di genere, decorativi. Non c’è fiore in un vaso o pianta che sia nel quadro per caso. Al posto di quella cassetta di gerani, vicino alle scarpe da tennis, non potrebbero stare altri fiori. Si può quasi dire che anche quando dipinge i fiori Letizia gli fa il ritratto. Perché di essi cerca di far emergere l’identità, l’unicità. La loro natura essenziale di Segno, nel senso che diceva Testori. Un’opera su tutte porta con forza questa qualità: sono I girasoli della Cascinazza. Un grande fiore di girasole e uno più piccolo, quasi secchi, appoggiati discretamente sulla tovaglietta ricamata che ricopre una mensola. Come due offerte sacrificali, una sorta di Eucarestia che si dà sulla semplice mensa della realtà quotidiana. Non penso che il paragone sia blasfemo. Se la realtà è Cristo (come scrive san Paolo nella Lettera ai Colossesi, 2,15), allora anche quei girasoli “sacrificati” sulla mensola-altare rimandano a Lui, al Creatore di cui ci ha scritto Testori.
Accade poi che una pianta o un fiore non sia mai da solo. Lo sguardo della pittrice lo osserva e indaga il suo rapporto con gli altri segni che lo circondano e ci mostra quello che vede. Perché l’artista ha tra i suoi compiti principali quello della profezia. Una profezia semplice, quella di farci vedere la realtà, di farci accorgere di essa. In un suo diario Letizia Fornasieri ci svela il suo segreto, semplice e grande. Un testo che invito a tenere a mente mentre si guardano i suoi bei dipinti: “Ed ho capito che le cose sono “a posto”, sono contente, se appartengono a qualcuno, se io le guardo e dico loro: voi mi interessate, voi siete belle, stiamo qui insieme”.

di Grazia Massone

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Letizia Fornasieri con l’inverno insegue il sole e lo fa con una serie di grandi e medie tele esposte fino al 29/05/2006 alla Galleria Rubin di via Bonvesin de la Riva 5. La mostra dal titolo Qui è scritto il tuo nome e curata da Marco Tonelli è accompagnata da un catalogo con immagini a colori che illustrano il lavoro dell’artista contemporanea che più di ogni altro ha omaggiato Milano, le sue vie, i suoi balconi, gli interni, i suoi tram, la sua gente.
Questa volta si tratta di una serie di tele che inneggiano alla primavera dai toni forti e dai colori accesi. L’abbraccio al mondo delle cose e in particolare a quello della natura sembrano piegarsi con la mano e la tavolozza di questa straordinaria maestra della fantasia, al suo sentire ricco di poesia che spesso non corrisponde alla realtà delle cose ma che talvolta si avvicina moltissimo. Una capacità che l’artista è sempre stata in grado di trasmettere trasferendo sulle sue tele frammenti e proiezioni di un mondo reale, mai fuori moda che inneggia a una certa modernità pur mantenendo quei tratti figurativi che le sono propri ma che certamente non corrispondono a una pittura classica.
I suoi quadri sembrano essere realizzati impegnando a fondo tutte le capacità artistiche che la Fornasieri ha costruito nel tempo unendo al gesto la tecnica che «vibra a colpi di spatola e che animandosi anima a sua volta la realtà». Sul retro del catalogo è riportata una frase « … inseguendo, appunto, il sole anche d’inverno. Inseguendo la propria pittura anche d’inverno. Inseguendo se stessa in ogni stagione».
Il rispetto per l’altro è fondamentale per Letizia Fornasieri, che siano persone o cose. La sua timidezza la induce a cercare di nascondere il suo vero volto che traspare però dai suoi lavori ricchi di gioia, di forza, veri al punto da sembrare una pagina di cronaca. Immersa nel suo orto, tra ortaggi, fiori e vasi, serre a cui la Fornasieri è legata, è riuscita ancora una volta a trasmetterci divertita ciò che nella natura vi è di più bello e quel senso d’eternità che esiste nel mondo delle cose, la vita stessa. Quadri che hanno un’intimità e una forza d’animo come Piante grasse del 2005, Sulla terrazza del signor Antonino, Piante grasse con sedia bianca del 2004, una splendida Pianta di limoni invasata del 2006 dai colori forti, ma anche Fiori grandi con ferro da stiro: un tavolo su un balcone dalla dominante azzurra assolutamente mediterranea. Le stesse piante la Fornasieri le ha dipinte anche d’inverno con la neve.
L’artista che adora dipingere all’aperto ha realizzato quest’anno anche delle tele delicate come Primule e Elleboro, fiori con accanto un grande annaffiatoio azzurro. Non mancano tram e girasoli, ma la novità sta proprio nel fatto che l’omaggio all’estate che se ne va «è l’elemento inusuale di Letizia che con queste opere vuole addolcire il mondo».

di Luciana Baldrighi

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LA VITA CHE SI MUOVE SOTTO LA VITTORIA DELLA MORTE

È intitolato”Al mattino, schierati”. È una tela a olio della pittrice Letizia Fornasieri. È un qua­dro dai colori spenti dell’inverno. Molto grande. È un angolo di giardino – lo si direbbe uno di quei giardini stretti di certe villette alla periferia di Milano – in una mattina forse di metà febbraio. Una decina di alberelli che paiono alberi da frutta, nel loro vaso in attesa d’essere trapiantati, se ne stanno allineati vicini, come un piccolo eser­cito. Sono esili, neri e spogli i rami sottili. Portano ancora appeso il cartellino che specifica la specie, e il frutto che ne verrà. Perché a guardarli certo non lo si potrebbe capire – così fragili, così scheletriti dall’inverno. Gli alberelli da vivaio disciplinatamente schierati nella mattina che s’immagina ancora molto fredda sono germogli, embrioni, promesse. Creature così da niente che si fatica a credere che metteranno radici, e foglie e fiori e frutti. Tuttavia, quel loro starsene lì diritti nell’aria ghiacciata di un febbraio mattina ha qualcosa, pure nell’apparire così inermi, di fiero. Come affermassero, pure magri, pure poveri e neri: noi germoglieremo, noi vivremo, noi daremo frutti.
Sotto ai vasi in fila c’è ancora la neve. La neve sporchiccia e giallastra di quando è nevica­to ormai da tanto, e l’aria fuligginosa della città ha corrotto la coltre originariamente candida. Ma quella vecchia neve mezza ghiacciata splende di una tenue luce giallina. È, esattamente, la luce di quelle mattine di metà febbraio a Milano in cui il sole, pure stentato, è già un po’ più alto nel cielo. Pallido, ma già annunciante un ritorno che la gente intabarrata per strada quasi non coglie ancora – quasi non osa, nell’aria ancora tagliente, sperare.
E tutto il quadro è come un’attesa. L’istante, individuato e fermato per sempre su una tela, in cui l’inverno, pure al culmine, cede. E mentre tutta l’esteriorità pare affermare ancora la vittoria del gelo e della morte, qualcosa – quella luce giallina, o anche solo l’ardimento dei piccoli alberi diritti – dice già, a chi lo vuole intendere, che le linfe cominciano a muoversi nei rami duri. Che ricomincia, la vita nuova. Per questo, crediamo, davanti a questo quadro può accadere di restare dieci minuti, zitti. Ti dice qualcosa che all’inizio non comprendi, eppure sai di conoscere bene. Continui a guardarlo. È un’attesa quel giardino d’inverno. È una domanda. È – capisci finalmente – una preghiera.

di Marina Corradi

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IL FASCINO DISCRETO DEL QUOTIDIANO
Letizia Fornasieri. Scorci di vita domestica coltivati in vivaio. A Milano

Letizia Fornasieri si è imposta, nel panorama delle ultime generazioni, come una delle protagoniste di una nuova pittura realista. Realismo è una parola impegnativa, che fa pensare a Guttuso e a Ladri di biciclette. Nel suo caso, però, significa semplicemente guardare la realtà, perché è più facile arrivare alla verità osservando molto e ragionando un po’, piuttosto che ragionando molto e osservando poco. Dunque dipingere, per lei, vuol dire guardarsi intorno. Anche per questo la sua pittura ha sempre soggetti diversi. Certo, la scena urbana ha rappresentato una vasta parte dei suoi interessi. Vivendo a Milano, ha dipinto spesso i tram arancioni che avanzano sferragliando, le macchine nel traffico, la gente in metropolitana. Ma non solo. Da qualche tempo, per esempio, ha scoperto un vivaio di piante e fiori in via De Amicis. Lì, grazie alla cortesia delle proprietarie della serra, una delle più antiche di Milano, ha dipinto queste ultime composizioni, che verranno ora esposte nella personale alla galleria Rubin. Quello che è singolare è la sua interpretazione di questi motivi. Non c’è niente di decorativo, nessun ornamento fine a se stesso. La luce è bianca, accecante, ma piante e fiori hanno qualcosa di faticoso: i vasi sono un po’ ammaccati, bulbi e foglie hanno un profilo angoloso, perfino la molle canna di gomma per innaffiare sembra storta e rigida. Le cose, in-somma, non sono belle in sé, ma diventano belle per lo splendore della luce. E forse è così per tutto ciò che vive. Che diventa bello per la presenza della luce. Staremmo per dire della Luce.

di Elena Pontiggia

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Presenze e angeli metropolitani

Un tempo, Letizia Fomasieri dipingeva soprattutto gli oggetti e le stanze della propria casa. La sua era una pittura intimista, che sembrava ricercare nella semplicità degli oggetti quotidiani – un portapenne appoggiato sul tavolo, una lampada, mazzi di fiori – o in qualche scorcio di palazzo o di cielo intravisti attraverso la finestra del suo terrazzo uno scorcio di verità, quasi un simbolo di quella ricerca del senso del reale che da sempre è al centro del pensiero filosofico e religioso. “Avevo appena finito l’accademia”, ricorda la pittrice, “quando cominciai a percorrere casa mia per ritrarne ogni oggetto. Cercavo, mi sono resa conto in seguito, la ragione della loro esistenza, e dunque, indirettamente, anche della mia. Solo dopo qualche anno ho iniziato a dipingere pure ciò che vedevo all’esterno: i palazzi, le macchine, i tram”. Col tempo, Letizia sembra essersi sempre più staccata da quell’intimismo un po’ claustrofobico, per continuare, con maggiore libertà nella scelta dei soggetti, la stessa ricerca attraverso le mille sfaccettature del reale: si tratti di un tram che si fa largo nel traffico in una qualsiasi via di Milano o di un gruppo di ragazzini che giocano a pallone in un campetto improvvisato, o delle mani di un vecchio intento a leggere il giornale sulla banchina del metrò.

La scuola lombarda. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta la Fornasieri è stata una delle protagoniste – benché leggermente più appartata rispetto ad altri come Frangi, Velasco e gli artisti che giravano attorno all’Officina milanese – della rinascita pittorica avvenuta nel capoluogo della Lombardia: i suoi interni, le sue nature morte, i suoi scorci di vie facevano spesso capolino nelle collettive della nuova scena pittorica lombarda. E profondamente radicata sul territorio della sua Milano, dov’è nata e cresciuta, è a tutt’oggi la sua pittura. Le strade che si vedono nei quadri sono quelle di Milano, così come lo sono, al di là di ogni dubbio, le persone che si ritrovano, come strani angeli metropolitani, immersi nel caos di una carrozza del metrò o in attesa su una banchina. “Un giorno”, racconta l’artista, “trovandomi in una sala d’aspetto, mi sono messa a guardare con interesse le mani, le posizioni assunte, i gesti delle persone che stavano sedute intorno a me. Da quel momento, ho cominciato a far caso ai gesti involontari della gente che incontravo: un paio di mani incrociate, un braccio che porta una borsa della spesa, il movimento ritmico di un gruppo di ragazzini mentre giocano a pallone. Ho capito che non solo nell’intelletto, come siamo sempre abituati a pensare, ma anche nei gesti più banali, si rivela l’identità di una persona”.

Le mani di Annetta. Dagli oggetti di casa ai gesti dei passanti, e da questi a quelli dei suoi familiari: in particolare, l’attenzione di Letizia si è concentrata ultimamente sui gesti compiuti dalla sorella minore, Annetta, rimasta in uno stato mentale seminfantile a causa di una malattia congenita. “Guardavo un gesto che conosco bene: quello, ripetuto da Annetta in maniera ossessiva, di far ruotare un piatto su un tavolo. E mi sono accorta della strana similitudine con i movimenti che i più grandi pianisti eseguono sulla tastiera del pianoforte. L’ho trovato affascinante e misterioso”. Un mistero che la pittura, se non può svelare, può cercare almeno di porre in evidenza.

di Alessandro Riva

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